Category: Management Socio Sanitario

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Il valore della vulnerabilità ai tempi del Covid-19

aprile 27, 2020by Rosario GagliardiComunicazioneCoronavirusManagement Socio SanitarioNews


È giusto torturare una persona per scoprire un attentato? Fare esperimenti letali su un uomo per salvare le generazioni future? O clonare una persona per curarne altre? Uccidere un innocente per risparmiarne cento? Scegliere un giovane rispetto ad un anziano fragile per un posto in terapia intensiva?


A simili problemi l’utilitarismo consequenzialista risponde affermativamente, mentre il deontologismo e l’etica delle virtù danno una risposta negativa perché considerano tali atti intrinsecamente malvagi. A volte ti imbatti (e ti sembra un caso, ma forse non lo è) nelle cose che stai cercando. Infatti, qualche giorno fa mi sono imbattuto in un articolo pubblicato su Il Sole 24 Ore, molto ben fatto, di Vittorio Pelligra (Professore Associato – Dipartimento di Scienze Economiche ed Aziendali – Università di Cagliari) e sono rimasto colpito da alcune considerazioni, riportate come provocazioni illuminanti.


A mo’ di esempio vi riporto la stridente contrapposizione di alcune affermazioni (parafrasate), che ci fanno riflettere sui danni prodotti ed ancora diffusi, di un certo tipo di utilitarismo contrapposto all’esigenza di un ripensamento radicale rispetto ad una nuova progettazione del vivere comune e della vita sociale.


“Sottrarre reddito ad una persona disabile per trasferirlo ad una sana in tutti quei casi in cui questa avesse maggiori capacità di trasformare quel reddito in felicità, più di quanto non possa fare la persona disabile, magari proprio a causa della sua disabilità, questo potrebbe essere un modo per aumentare la felicità globale”…e ancora: “Se le azioni vanno giudicate in base all’utilità prodotta dalle loro conseguenze, sarà lecito far morire cento persone per salvare la vita a cento e una?”


Per contro:


“la felicità che otterrebbe un povero da un incremento del reddito è maggiore della perdita di felicità che sperimenterebbe un ricco, a seguito di una equivalente riduzione del reddito”. Aggiungo: “prestarsi alla cura, al soccorso dell’altro, riparandone la fragilità ed utilizzando proprio la vulnerabilità, come opportunità per innalzarsi dal punto di vista umano, può rappresentare il modo per incidere con forza su un ulteriore slancio evolutivo che ci avvicini al Dio?”


La prima frase ci riporta all’evenienza sfiorata (?) in piena emergenza Covid 19, di dover decidere, in mancanza di respiratori e di posti in terapia intensiva, a chi concedere l’accesso alle cure, chi preferire: la persona più anziana con impegno di salute già compromesso? Quella con disabilità? Oppure un giovane senza compromissioni e con maggiore possibilità di farcela e successivamente di essere più produttivo ed utile alla società?

Queste riflessioni ci riportano al concetto di vulnerabilità, che spesso è vissuto come una condizione di svantaggio e di inadeguatezza che non trova un riconoscimento egualitario all’interno dello schema sociale. Almeno come viene vissuto da alcune persone.


Dalla vulnerabilità dei disabili, degli anziani, dei pazienti, alla vulnerabilità dell’uomo


Chi è vulnerabile, fragile, deve lottare anche con il mondo circostante incurante delle sue esigenze. Spesso una persona invalida, disabile, un anziano, viene quasi considerata un peso per la società che non ne capisce e non ne rispetta le difficoltà. Vi siete mai chiesti se per caso sono proprio le persone fragili a cui dovrebbe essere rivolta la massima attenzione e cura? Vi è mai passato per la mente che un giovane ha più probabilità di farcela rispetto ad un anziano o ad un paziente fragile e per questo è già in vantaggio rispetto alla possibilità di vita? Vi siete mai chiesti se il diritto alla vita va distribuito in relazione alla “forza e al benessere” di cui si gode?


La società è indietro rispetto a certi temi. In Italia vivono circa 4,5 milioni di disabili, di cui oltre un terzo vive da solo. Il numero cresce se si aggiungono persone affette da malattie croniche e rare, invalidanti. Secondo quanto riporta l’Osservatorio nazionale sulla salute nelle regioni italiane, le condizioni di vita dei disabili italiani non sono tra le migliori: supportati da pochi servizi, assistenza quasi interamente sulle spalle delle famiglie sempre più in difficoltà, livello di istruzione mediamente più basso e grandi ostacoli nel riuscire ad avere un lavoro rispetto alla popolazione generale. Quello che preoccupa di più, secondo gli stessi dati, sono soprattutto le condizioni di “vulnerabilità” di molti disabili, la maggior parte dei quali ha una età superiore a 65 anni e vive nelle regioni del Mezzogiorno: tra gli over-65 il 42,4% vive da solo e non può contare sull’aiuto di un familiare, mentre tra gli over-75 solo un anziano su 10 è autonomo nella cura personale.


Il livello di istruzione per questo gruppo di popolazione risulta mediamente basso: il 70% dei disabili di età 45-64 anni ha al massimo la licenza media. Un altro diritto in parte disatteso è quello al lavoro: la percentuale di disabili tra 45 e 64 anni occupata è il 18%, contro il 58,7% della popolazione generale per la stessa fascia d’età. Inoltre, questo ultimo dato ha rilevato differenze di genere secondo cui risulta occupato il 23% degli uomini con disabilità e solo il 14% delle donne.


Tutto questo vogliamo considerarlo un peso, una zavorra per la nostra società “evoluta”?


La nostra società potrebbe trarre vantaggio dal relegare queste persone fragili e vulnerabili in fondo alla scala dei diritti umani? Oppure questo potrebbe rappresentare il rinnegare la straordinaria grandezza dell’uomo? Sacrificandosi, sostenendo il più debole, donando una parte del sé “umano” all’altro, si cade in basso? Oppure è un modo per innalzarsi al di sopra di tutto e di tutti?


La vulnerabilità non è una condizione che appartiene solo alle persone fragili, la vulnerabilità è una possibilità che qualunque essere umano può attraversare nel suo percorso di vita. L’umanità non si divide in forti e vulnerabili, l’umanità e fatta di persone forti del loro essere uniche, esclusive e irripetibili. Nel loro cammino di vita possono incontrare condizioni di benessere, di conflittualità, di amore, di odio, di forza e di fragilità, cosicché, l’essere vulnerabile, diviene una condizione della vita nella quale ogni uomo può trovarsi.


C’è’ bisogno di “un nuovo patto contrattuale” un patto sociale che riconosca la forza della vulnerabilità come elemento di crescita dell’altro, attraverso il prendersi cura della fragilità, come valore che ci migliora come esseri umani, consentendoci di uscire dalla logica di essere “i migliori. Dobbiamo cambiare paradigma: non più lottare per essere I MIGLIORI, ma sacrificarsi e lottare per essere “MIGLIORI”. La differenza sta nell’articolo, ma il significato sta nell’effetto che si produce. L’essere “IL MIGLIORE” porta quasi esclusivamente ad un vantaggio personale, mentre essere “MIGLIORI” senza l’articolo il, porta sicuramente ad un vantaggio non solo personale ma, anche e soprattutto, per il nostro prossimo. Questo concetto viene espresso in modo brillante nel libro “La forza di essere migliori” di Vito Mancuso.


La vulnerabilità è un valore


Al di là di ciò che si può pensare, la vulnerabilità è un valore. È un’altra faccia della realtà di noi esseri umani e, come tale, merita di essere accettata. Attraverso essa, non solo accogliamo l’altra parte del nostro universo emotivo, ma facilitiamo anche una connessione più intima, oltre che autentica, con tutto ciò che ci circonda.

È necessario avere una grande forza per permettersi di essere vulnerabili. In un mondo in cui la sicurezza, l’efficienza e la forza sono tanto apprezzate, chi osa lasciar cadere la sua armatura di apparente perfezione dimostra chiaramente un notevole coraggio. E questo modo di agire non mostra affatto una sconfitta o un atto di debolezza. Così ci si avvicina alla vulnerabilità di chi vive nella fragilità e la si comprende come valore, come leva.

La vulnerabilità è un valore; non è una mancanza di forza o di coraggio. È un altro lato del carattere umano. In sostanza, un’altra parte della nostra natura, che ci consente di essere più sensibili ai nostri bisogni e, contemporaneamente, di entrare in empatia con il dolore e le realtà emotive altrui.


Non siamo supereroi, siamo persone


Mario Benedetti (Poeta) affermava che la perfezione non è altro che una correzione accurata degli errori. Tuttavia, ammettiamolo, le persone non sono propense ad accettare gli errori, i fallimenti e i cambiamenti a volte imposti dal destino. In qualche modo, la società ci ha abituato a navigare in un universo ordinato fatto di apparenze, di maschere con le quali fingere risolutezza e buon umore anche quando dentro di noi palpitano le paure, i dolori e le ansie. Da un punto di vista culturale, la vulnerabilità emotiva e persino fisica ha da sempre un’importante contropartita, un vantaggio sociale che rafforza la crescita, in valore, dell’intera società.


L’equilibrio tra vulnerabilità e forza


È meraviglioso, ad esempio, mostrare le nostre capacità e abilità in determinate attività o sfide, è meraviglioso dimostrare quanto siamo bravi in una certa area di competenza. Tuttavia, ammettere che a volte non si può fare o sapere tutto è altrettanto accettabile. Questo può aiutarci nello slancio verso l’altro quando ha bisogno di aiuto.

Non c’è nulla di sbagliato in tutto questo, né perdiamo valore nell’esprimere che la nostra forza convive con la nostra fragilità. Non c’è nulla di strano nel valutare il concetto di “abilità” in modo più appropriato: cos’è essere abile e cos’è non essere abile? Spesso mi è capitato di riportare le persone a valutare le abilità di alcuni nostri amici, conoscenti, rispetto alla loro capacità di operare in ambito digitale, comunicativo ed organizzativo, oppure nel saper suonare uno o più strumenti, o ancora di essere veramente bravi nelle relazioni o nello scrivere un libro e potrei continuare citando tanti altri esempi di persone diversamente abili. Per esempio, nel parlare le lingue, nell’uso di tecnologie etc…In contrapposizione alla loro mancanza di abilità nel correre o nel fare flessioni etc…Per contro molte persone non sono abili nella gestione del digitale, non sono abili nel cantare, nel suonare o nel parlare inglese, ma sono abili nel fare altre cose. Se vi dicessi di trovare i disabili e gli abili in questi esempi che ho descritto, cosa fareste? La disabilità è una condizione mentale, discriminante soprattutto, spesso in relazione ai diritti. A volte siamo duri verso gli altri e lo siamo anche verso noi stessi

La durezza di carattere, la personalità che fa uso di un atteggiamento duro e apparentemente infallibile, non raggiunge alcuna vetta nella vita. Quantomeno non in ciò che conta davvero: felicità, benessere, rispetto, convivenza. Nemmeno in ambito professionale sono più raccomandabili certe abilità basate sulla durezza, la risolutezza e l’implacabilità.

Al giorno d’oggi, è ormai evidente che aspetti quali sensibilità, empatia e vulnerabilità creano ambienti di lavoro migliori; si raggiungono accordi migliori e rendono più umano i contesti in cui ci muoviamo.


Brené Brown, professoressa e ricercatrice presso l’Università di Houston, afferma che la vulnerabilità è la culla dell’amore, dell’appartenenza, della gioia, del coraggio, dell’empatia e della creatività. Perché affermare che quando ci permettiamo di essere vulnerabili siamo imperfetti?

É triste chi non si è mai dato il permesso di esserlo. Chi non ha mai osato aprirsi a qualcuno per comunicare le proprie emozioni, sentire il dolore o la felicità altrui. Infelice è colui che è ossessionato dal mostrare sempre agli altri la propria competenza, la durezza del suo carattere, l’inflessibilità e l’incapacità di assumersi la responsabilità dei propri errori. E’ imprigionato in un copione dal quale non riesce ad uscire. Queste sono le dinamiche che mostrano imperfezione, ed è qui che si annida l’infelicità.

Nella società europea si va sempre più affermando il concetto di salute come chiave per lo sviluppo umano, sociale ed economico, come indicato anche da “Health 2020” (OMS, 2011), il modello di policy europea dell’Organizzazione Mondiale della Sanità che ha come obiettivo per il 2020 il raggiungimento di standard di salute e benessere migliori e la riduzione delle disuguaglianze di salute, attraverso un’azione trasversale al governo e alla società.


Gli studi dimostrano che lo stato di salute di un individuo dipende non solo dalle variabili strettamente sanitarie (accesso all’assistenza medica, stile di vita), ma anche e soprattutto dalle cosiddette Social Determinants of Health, le determinanti sociali della salute. L’Italia non può esimersi da questo confronto. Lo studio ISTAT “La misurazione delle diseguaglianze nella mortalità per causa secondo il livello di istruzione. Anni 2012-2014”0, pubblicato nel 2016, mostra come in Italia lo svantaggio per titolo di studio in termini di tasso di mortalità abbia un gradiente che aumenta al diminuire del titolo di studio. Lo stesso vale per la speranza di vita. Già nel Piano Nazionale della Prevenzione 2014-2018, il Ministero della Salute ha identificato come necessario un approccio efficace e sistematico per affrontare la lotta alle disuguaglianze nello stato di salute. Per raggiungerlo, il PNP delinea un sistema di azioni che agiscano sull’intero ciclo di vita delle famiglie, e che garantiscano la trasversalità degli interventi tra i diversi settori, istituzioni, servizi, aree organizzative. La sfida italiana, dunque, è quella di tradurre in pratica questo approccio, al fine di essere all’altezza delle sfide che i sistemi di welfare si trovano oggi ad affrontare, quali l’innalzamento dell’aspettativa di vita, il progressivo invecchiamento della popolazione e la scarsità di risorse pubbliche. Per farlo, è necessario adottare un’ottica integrata, che superi il tradizionale approccio “a silos” degli interventi pubblici italiani, sia a livello finanziario che professionale, e che favorisca il raggiungimento di obiettivi di natura perequativa e di eliminazione della trasmissione intergenerazionale delle disuguaglianze.

Tra tutte le cose negative che questa pandemia ci ha portato, bisogna, alzando lo sguardo, individuare quelle cose che ci stanno aiutando a riflettere sui veri valori della vita, sulle cose veramente importanti. Il Covid ci sta dando la possibilità di rivedere alcune nostre convinzioni sulle priorità che dobbiamo darci. Questo è il momento per rivedere i nostri principi, i valori in cui credere, il reale significato della nostra esistenza. Lo stare insieme contrapposto alla solitudine, la profondità e la riflessione contrapposte alla superficialità, il successo contrapposto al valore, l’egoismo contrapposto all’aiuto del prossimo. La vulnerabilità, in un momento di emergenza sanitaria come quello che stiamo vivendo, ci porta a riflettere sul fatto di riconoscere come condizione discriminante la scelta della vita a favore dei più forti, oppure, rivolgere la nostra attenzione ed il sostegno proprio verso i più fragili i più vulnerabili. Questo sarebbe una possibilità di innalzarci ad un livello di “umanità” più rilevante, verso quel “significato dell’umano” che negli ultimi anni sembra essersi dileguato e diluito tra nuovi finti valori. Il mondo è fatto di uomini, non c’è nessuna divisione tra forti e vulnerabili. Quando avremo capito questo, ci avvicineremo a DIO.


Thomas Jefferson riguardo gli africani, considerati (erroneamente) inferiori per capacità intellettuali agli europei, ebbe modo di affermare che quale che fosse “il grado del loro ingegno, esso non è misura dei loro diritti”.

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Quanto è importante lo screening nella prevenzione tumorale?

luglio 2, 2019by Digital FormedicaManagement Socio Sanitario0

Per alcune patologie tumorali la mortalità è ridotta fino al 79% con adeguati controlli


È risaputo che gli screening, soprattutto quelli che utilizzano le più moderne tecnologie digitali, rappresentano la migliore chance di avere una diagnosi precoce su molte patologie tumorali. Ma quanto influisce questo sulle percentuali di mortalità? Nel convegno “Il valore sociale dei dati in sanità” organizzato dal network di promozione della salute Presa a Roma, è stata presentata una ricerca dell’EEHTA del CEIS (Centre for Economic and International Studies) di Tor Vergata dai dati molto promettenti.


Tumori al seno, prostata, colon retto registrano diminuzioni drastiche nelle percentuali di mortalità quando accompagnate da una adeguato screening iniziale. Primo su tutti, il colon retto con una diminuzione fino al 79%. Segue il tumore al seno con una riduzione delle fatalità fino al 50%, specialmente quando si considerano tecnologie come la mammografia digitale, più costosa ma anche più efficace. Nel tumore alla prostata si riscontra una riduzione fino al 30%.


Intervistato da la Repubblica, il professor Francesco Saverio Mennini, Research Director dell’EEHTA del CEIS, dichiara oltretutto che “Un utilizzo appropriato e tempestivo dei dispositivi medici potrebbe permettere una forte riduzione dei costi indiretti quale conseguenza di una precoce presa in carico del paziente ed individuazione di una patologia che può garantire un rallentamento ed anche una cura di una malattia con conseguente riduzione dei costi indiretti, delle prestazioni previdenziali e dei costi a carico dei caregivers”.

Marcella Marletta, direttore generale della direzione generale dei dispositivi medici e del servizio farmaceutico del Ministero della Salute, aggiunge: “La prevenzione in Italia – dice Marcella Marletta, direttore generale della direzione generale dei dispositivi medici e del servizio farmaceutico del Ministero della Salute – è davvero una fetta troppo piccola di investimenti, la spesa per la prevenzione è troppo bassa. La salute e il suo mantenimento non sono un costo ma un investimento  e in quest’ambito investire in tecnologia è importante”.


Per altri articoli  sul mondo della sanità, visita la nostra sezione blog.


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La Rete oncologica Pugliese e il Dipartimento Integrato di Oncologia nell’Area Salentina: modelli virtuosi

giugno 7, 2019by Digital FormedicaManagement Socio Sanitario0

Il modello organizzativo della Rete è una novità assoluta nell’organizzazione sanitaria regionale


Il Dipartimento Integrato di Oncologia è il punto di riferimento della Rete Oncologica Pugliese (ROP) per l’Area Salentina, che comprende l’intero territorio della ASL Lecce e l’Ente Ecclesiastico Ospedale “Panico “di Tricase. Il modello organizzativo della Rete è una novità assoluta nell’organizzazione sanitaria regionale e ha comportato la creazione di nuovi organismi a livello sia regionale che nelle singole ASL. Il Dipartimento è coordinato dal dr. Gaetano Di Rienzo, Direttore dell’U.O.C. di Chirurgia Toracica dell’Ospedale “Vito Fazzi”, e ne è presidente il dr. Rodolfo Rollo, Commissario Straordinario della ASL Lecce.


Il DIOnc è titolare della regia e del coordinamento di tutte le attività oncologiche di area medica, chirurgica, territoriale e sociale che si svolgono nel proprio ambito territoriale e opera sulla base dei programmi formulati dall’Unità di Coordinamento Regionale. Svolge attività di indirizzo e supporto nei confronti di tutte le strutture, sia ospedaliere sia territoriali. Del Dipartimento fanno parte le Unità Operative di Oncologia, i Gruppi di Patologia Interdisciplinari e i Centri di Orientamento Oncologico (COrO). Quest’ultimi sono stati localizzati in cinque strutture ospedaliere: Ospedale “Vito Fazzi” di Lecce, Ospedale “Cardinal Panico” di Tricase, Ospedale “Sacro Cuore di Gesù” di Gallipoli, Ospedale “Veris Delli Ponti” di Scorrano e Ospedale “Francesco Ferrari” di Casarano. Diverse, in un’ottica multidisciplinare, sono le figure professionali impegnate all’interno del COrO: oncologo, infermiere care manager, psicologo, assistente sociale, personale amministrativo con competenze in elaborazione dati e personale volontario.


Come funziona il sistema: una risposta per ogni paziente


È stato istituito un numero verde regionale al quale rivolgersi in caso di sospetta malattia tumorale. Il numero verde, poi, indirizza la chiamata al COrO di competenza. Il paziente (o il medico curante) quindi entra in contatto con il Centro e viene preso in carico. Il COrO predispone tutti gli esami necessari per la diagnosi specifica, attivando una agenda prioritaria per il paziente oncologico, in modo che tutte le indagini da eseguire (ad esempio TAC, PET, esami endoscopici e istologici, etc…) vengano effettuati con corsia preferenziale e senza pagamento ticket. Il COrO interagisce con i gruppi multidisciplinari di patologia presenti nelle aree ospedaliere interessate. Completato l’iter diagnostico, il paziente viene indirizzato alla struttura ospedaliera più vicina per i trattamenti del caso.


I riferimenti utili

Numero Verde Regionale – 800185003

Centri di Orientamento Oncologico (COrO) Area Salentina

Ospedale “Vito Fazzi” di Lecce – 329 3190451

Ospedale “Francesco Ferrari” di Casarano – 329 3190452

Ospedale “Sacro Cuore di Gesù” di Gallipoli – 329 3190453

Ospedale “Veris Delli Ponti” di Scorrano – 329 3190454

Ospedale “Cardinal Panico” di Tricase – 0833 1830657


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Saranno gli infermieri i principali promotori di innovazione nei processi sanitari?

maggio 16, 2019by Digital FormedicaComunicazione DigitaleECMInfermeriaInnovazioneManagement Socio SanitarioMedicina Digitale0

Indagini sul campo effettuati negli Stati Uniti prevedono che il settore infermieristico sarà un efficace promotore nell’innovazione sanitaria


Uno studio condotto dal BDO Center for Healthcare Excellence & Innovation e dalla University of Pennsylvania School of Nursing ha trovato che gli infermieri sono, e saranno, sempre di più in prima linea per quanto riguarda l’innovazione e l’implementazione sul campo delle nuove tecnologie sanitarie.

Il Sistema Sanitario tiene assolutamente in conto le esperienze infermieristiche per creare nuovi modelli di cura, e migliorare i percorsi esistenti. Sono infatti primariamente consultati per le loro competenze specialistiche per l’implementazione della tecnologia nei processi clinici, specialmente quando si parla di processi patient-oriented (soluzioni incentrate sul paziente). Oltretutto sono in prima linea nell’affrontare i problemi sanitari più urgenti. Ma quanti di loro ricoprono posizioni di management?

La maggior parte delle persone vede gli infermieri solo come caregivers” dichiara Therese S. Richmond, University of Pennsylvania School of Nursing. “Non li considerano davvero come innovatori, né considerano l’impatto che l’assistenza infermieristica può avere quando viene applicata alla creazione di soluzioni sanitarie innovative e orientate alla ricerca. Ogni prodotto e processo che coinvolge un paziente passa attraverso un infermiere”


Esempi di successo


Lo studio di BDO e UPSN utilizza come esempio Kathy Bowles, infermiera con PhD: aveva notato che i pazienti anziani, in una altissima percentuale di casi, tornavano in ospedale subito dopo essere stati dimessi. Cosa stava causando queste riammissioni? Dopo aver condotto ricerche sul processo di dimissione e sui tassi di riammissione dei pazienti ospedalieri anziani, e soprattutto forte della sua esperienza di infermiera di terapia intensiva, ha individuato un gruppo di variabili ad alto rischio nel post-dimissione, fra cui la capacità di deambulare, la durata della degenza ospedaliera e la presenza di un assistente a domicilio.

Questa analisi si è successivamente evoluta in una metodologia di supporto per garantire ai pazienti il ​​supporto post-acuto di cui hanno bisogno dopo la dimissione. Questa metodologia si è poi trasformata in un software e successivamente ha generato una società, per aiutare gli ospedali a determinare i bisogni post-acuti di cura dei loro pazienti e ottimizzare il coordinamento dell’assistenza. La Bowles è solo un esempio dei numerosi innovatori infermieristici che guidano gli interventi necessari per creare processi e prodotti trasformativi attraverso il continuum assistenziale, sia dal lato clinico che da quello commerciale.


La nuova generazione di Infermieri


La nuova generazione di infermieri, entrando nella forza lavoro, sta stimolando un maggiore senso di imprenditorialità e spirito creativo nel campo dell’assistenza infermieristica, oltre che promuovere nuovi modelli di gestione dei pazienti fuori e dentro le Strutture Mediche. E dal punto di vista del Management Socio-Sanitario, possono offrire una risposta ai problemi di salute più importanti di oggi: l’invecchiamento della popolazione, la gestione delle malattie croniche e quella dei problemi di salute mentale.


Cosa si deve fare per permettere a infermieri intraprendenti di innovare?


I passi da compiere per promuovere la creatività degli infermieri sono:

  • semplificare alcuni processi istituzionali che limitano la capacità di azione degli infermieri;
  • creare Corsi di Formazione ECM o non ECM che aiutino l’infermiere a creare nuove hard e soft skills, come ad esempio corsi di business, software development e project management, o management socio-sanitario;
  • creare strutture organizzative all’interno di strutture ospedaliere e private in cui gli infermieri possano essere propositivi e sviluppare doti di management.

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Simposio Internazionale GISEA 2018: Una Retrospettiva

aprile 9, 2018by Digital FormedicaBig DataEventi & CongressiManagement Socio SanitarioReumatologia0

Alcune fra le voci più influenti nella Reumatologia Italiana discutono i momenti salienti del Simposio Gisea 2018


Come molti nostri clienti e collaboratori già sanno, Formedica è fortemente impegnata nel mondo della Reumatologia Italiana ed Internazionale. Abbiamo il piacere infatti di lavorare con alcuni fra i più influenti ricercatori Europei impegnati nelle diagnosi precoci di Artriti, Spondiloartriti ed altre Patologie connesse alla Reumatologia.

Sulla base di questi presupposti, Formedica funge da Segreteria Organizzativa di GISEA/OEG (Gruppo Italiano Studio Early Arthritis – Osservatorio Epidemiologico Gisea). Ogni anno, GISEA tiene un Simposio Internazionale di Reumatologia – quest’anno si è tenuto a Parma, i giorni 7-8-9 Marzo.

A distanza di un mese dal Simposio, vediamo quali sono i Take-Home Messages più importanti.



Per il prof. Giovanni Lapadula, Presidente di GISEA, il leitmotiv di questo Simposio, come sempre, è la Diagnosi Precoce. E riguardo proprio alla Diagnosi Precoce, il Professore evidenzia come siano più efficaci i dati della vita reale, i dati provenienti dai Registri GISEA, rispetto ad eventuali linee guida teoriche. La maggior parte dei pazienti, infatti, presenta una o più comorbidità: il compito del Reumatologo non è quello di curare pazienti in provetta, “puri” (che presentano solo ed esclusivamente la specifica patologia reumatica), ma di contribuire al generale benessere della persona, comorbidità incluse.

Il Prof. Roberto Caporali rincara la dose: “la (diagnosi della, NdR)Early Arthritis è tutto nella Reumatologia Moderna”, in quanto più è precoce la diagnosi, più possibilità ci sono, per la persona affetta da patologia, di condurre una vita normale. Il discorso vale anche per le complicanze, come amiloidosi, interstiziopatia polmonare, etc.

Il Prof. Gianfranco Ferraccioli (Presidente di OEG), da parte sua, evidenzia un dato molto positivo – ritiene infatti che, col passare degli anni, la qualità dei dati archiviati nei Registri sia sensibilmente migliorata, e con essa, anche la collaborazione e lo scambio fra i centri principali aderenti a GISEA. Tutto questo è provato dal fatto che GISEA ha concluso il primo grosso trial multicentrico randomizzato controllato della sua storia durante lo scorso anno. Questo trial è votato a determinare se e quali Biomarcatori sono utilizzabili in clinica – i dati finali dovrebbero essere disponibili a breve.

Il Prof. Iannone, invece, sottolinea l’importanza della multidisciplinarietà in campo Reumatologico. Specialmente quando si parla di Spondiloartriti, si presentano sintomi molto diversi fra loro e totalmente asincroni. Per il Prof. Iannone, un approccio olistico è quello che serve per anticipare le Diagnosi, migliorare la vita dei Pazienti, e ridurre il carico di spesa sul nostro Sistema Sanitario Nazionale.

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Formedica S.r.l, Provider Ministeriale n°157, è un’azienda dedicata, sin dal 2002, alla creazione di progetti formativi per lo sviluppo delle persone e delle organizzazioni in ambito medico-sanitario, industriale e sociale. Attraverso gli strumenti scientifici, comunicazionali, manageriali e dell’analisi dei fabbisogni, persegue gli obiettivi di qualità e di efficacia nella formazione in ambito sanitario.